Che giornalismo è

Di Camilla Orsini

Siamo nel meraviglioso universo Marvel: tra supereroi e cattivi da sconfiggere, Ben Urich (reporter per il New York Bulletin che debutta nel numero 153 di Daradevil) presta la sua penna e le proprie abilità giornalistiche per smascherare i criminali di New York. Ma fa una brutta fine: le sue indagini gli costano prima il licenziamento da parte del suo editore e poi la pelle.

E dire che siamo in un mondo parallelo che dovrebbe essere lontano dalla realtà. Ma se c’è una cosa che abbiamo capito da Ijf17 è quanto sia difficile, ancora oggi, fare il giornalista in Italia e soprattutto in paesi lontani e spesso marginalizzati. Mentre in America fare inchieste è un vanto, in Italia invece «chi prova a fare Spotlight – ha commentato Emiliano Fittipaldi, inviato speciale de l’Espresso – viene prima indagato, poi messo sotto accusa e nessuno ci farà mai un film da Oscar. Questo perché il giornalista non è ancora totalmente libero e indipendente».

In cinque giorni no-stop di International Journalism Festival sono intervenuti 693 relatori provenienti da 44 paesi diversi, 930 ospiti totali (inclusi speakers e accompagnatori), 287 eventi gratuiti e in diretta streaming dei quali 87 in traduzione simultanea. Incontri-dibattito, talk show, interviste, serate teatrali, case history e nuove tendenze editoriali. Ma in tutto ciò, cosa abbiamo imparato dal Festival?

Giornalismo investigativo – Dati, nuove tecnologie e ancora dati. La nuova frontiera del giornalismo applicata all’investigazione non potrebbe essere altrimenti. Ma serve anche una caratteristica personale intrinseca: «Tanta curiosità – ha spiegato Emiliano Fittipaldi, l’Espresso – la pignoleria e l’amore per la ricerca della verità». Per Sandra Bonsanti, ex direttrice de Il Tirreno, «l’unico strumento che abbiamo noi giornalisti è non fidarci mai. Il fact-checking deve essere immediato». E le parole chiave sono sempre le stesse: fatti, fatti e ancora fatti.

Mettersi in rete – La più grande fuga di notizie è anche la più grande collaborazione a livello giornalistico globale. Parliamo di Panama Papers, una storia di grande giornalismo iniziato lo scorso 3 aprile e che ha festeggiato da poco il suo primo anniversario. Per Mar Cabra, capo del team del Consorzio internazionale del giornalismo investigativo, «se si vuole fare una grande storia servono tre cose: il data journalism, la tecnologia che ci permette di leggere questi dati e una collaborazione di giornalisti a livello mondiale». Condividere i propri dati è un’operazione essenziale quanto egoistica, che serve a ridistribuire responsabilità ma anche a connettersi con i giornalisti di tutto il mondo. Ma il futuro del giornalismo sono anche le indagini trans-frontaliere in rete: questo il messaggio di Stefan Candea, pluripremiato giornalista rumeno che nel 2015 ha fondato European Investigative Collaborations (Eic), una rete di giornalisti investigativi che ha portato all’inchiesta Football Leaks.

Quali strumenti – A chiedere in giro, c’è ancora qualcuno che alla domanda «ma tu, come lo riconosceresti un giornalista?» risponde con un semplice «taccuino e penna». Ma gli strumenti del giornalista sono molti di più, dal microfono alla telecamera passando per il reportage fotografico, per alcuni una vera e propria missione sociale. Cambiano i tempi e con loro anche i giornalisti, che diventano sempre più digitalizzati. Il nuovo connubio da tener d’occhio è quello tra hacker e giornalismo, di cui un esempio felice sono le piattaforme di whistleblowing, dei veri e propri strumenti d’indagine.

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