Foreign Fighters: i combattenti dello stato islamico

di Elena Frasconi

Abu Omar Al Shishani ha poco più di vent’anni quando parte dalla Georgia nel 2008 dopo la guerra con la Russia. Si converte all’Islam e sull’onda della primavera araba del 2011 arriva in Siria, prima della guerra civile che ancora oggi sta devastando il Paese. L’anno dopo, finisce ad Aleppo dove viene incaricato di guidare la Brigata Muhājirīn dei primi combattenti stranieri, provenienti da tutto il mondo per giurare fede eterna all’Isis.

Al Shishani prima di allora era un giovane con la giacca di pelle e il viso pulito. Al Shishani dopo la fuga in Siria e l’adesione allo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante è un comandante, che gira in autobus come una rock star. Si è fatto crescere una lunga barba rossa, poco mediorientale e molto caucasica, che ha cominciato ad imbracciare kalashnikov a vestirsi con vecchie mimetiche statunitensi e con in testa lo zuccotto islamico. Al suo cospetto centinaia di uomini pronti ad uccidere per lui e per il jihad, che comanda senza nemmeno alzare la voce visto che la tubercolosi lo ha fortemente provato. E’ diventato il numero tre del Califfato e tre anni più tardi è morto, immolandosi per l’Isis. Da questo racconto di vita Daniele Raineri del Foglio, Matteo Bressan Il Giornale, Maria Calculli del Institute for Middle Eastern Studies e Domitilla Savignoni Tg5 hanno spiegato – al panel “Foreign fighters, lupi solitari e radicalizzazione” ieri al Teatro della Sapienza – come quell’esercito di uomini, che sventolano bandiera nera, si sono radicalizzati in un angolo di mondo che minaccia terrore.

Ma chi sono i foreign fighters? “L’Europol ha tentato di dare una definizione – precisa Matteo Bressan – schedandoli come cittadini o residenti di fede islamica (immigrati, figli di immigrati o convertiti) recatisi a combattere il jihad in Siria e Iraq”. Ma non basta a spiegare uno fenomeno che sembra inedito e che invece ha origini storiche ben più lontane, basti pensare ai mercenari delle crociate. In tempi più recenti, i combattenti stranieri nascono negli anni Ottanta in Afghanistan come “freedom fighters”, si muovono verso le Filippine fino ai Balcani e sono gli stessi che l’11 settembre 2011 compiono il primo attentato terroristico della postmodernità. “Diversa è la loro provenienza – aggiunge Bressan – e tracciare una mappa ascrivibile solo a qualche paese è difficile, ma per certo passano tutti per la Siria”.

 


Si contano almeno 104 paesi e solo dall’Europa sono tra 3.922 e 4.294 i combattenti partiti per arruolarsi nelle file dell’Is, secondo l’ultimo censimento dell’International Center for Counter-Terrorism (Icct) dell’Aja (https://icct.nl/topic/foreign-fighters/).

La rete dei combattenti stranieri di Daesh  “Oggi si rompono le identità nazionali e con la crisi delle comunità anche nelle democrazie mature occidentali, l’Is è diventato un faro per questi giovani, naturalizzati in Europa o in America, che cercano di ritrovarsi un posto nel mondo che colmi il loro vuoto territoriale e statale, attraverso la rivendicazione islamica” afferma Marina Calculli, ricercatrice Fulbright presso l’Institute for Middle Eastern Studies, Elliott School of International Affairs della George Washington University a Washington DC. “Ma non c’è una regia – continua Calculli – quanto una miriade di connessioni su cui l’Is capitalizza per legittimare la sua avanzata, alla ricerca di una sua terra”. E alla domanda se i combattenti stranieri siano dei cani sciolti o lupi solitari, Raineri del Foglio è convinto che vi sia una rete impalpabile di affiliazione.

Comunicazione on line e propaganda mediatica: il networking dei foreign fighters Non avendo una base logistica come qualsiasi altra cellula terroristica, i foreign fighters possono e devono, a detta dell’Isis, agire ovunque e comunque. Poco importa se non riescono a raggiungersi e ad unirsi al sedicente esercito nero. E per farlo basta connettersi, tramite Internet, con un solo click per scoprire come combattere. “Il 90% delle attività terroristiche dei combattenti stranieri corre sul web e via social media, l’80% della produzione è visual (video, foto e grafiche; il media welfare è la messa in scena dell’orrore anche se la produzione video per l’Occidente è in declino vista la censura che piattaforme come Youtube hanno deciso di adottare per contrastare il proliferare del jihad su Internet” puntualizza la giornalista Domitilla Savignoni. Una comunicazione potentissima, che si muove su tre direttrici: locale, verso gli abitanti degli stati a fede islamica, regionale, verso i sunniti e i paesi a maggioranza islamica e globale, verso i musulmani che vivono in Occidente. “E’ per questo che sono oramai diventati una minaccia globale”, spiega Savignoni. “Possono essere ovunque e agire comunque” ribadisce. Perché la strategia dell’Isis è quella del gioco forza, che fa leva sull’emarginazione dei lupi solitari che non sono riusciti ad arruolarsi e la voglia di trovare una via nel mondo per farsi brillare, lontani dal loro buio.

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