Hacker, WikiLeaks ed elezioni americane: quale ruolo per il giornalismo?

di Nicolò Canonico

Nel giugno 2016 esplode lo scandalo DNC leaks: migliaia di email di membri del Democratic National Committee, l’organo che governa il partito democratico statunitense, vengono “rubate” e in seguito pubblicate da WikiLeaks. Ma chi c’è dietro questo attacco hacker che ha indebolito la candidatura alla presidenza americana di Hillary Clinton? E WikiLeaks ha agito in maniera trasparente o si è mosso a senso unico per danneggiare il Partito Democratico? A queste domande hanno provato a dare risposta Carola Frediani de La Stampa, Lorenzo Franceschi-Bicchierai (giornalista di Motherboard, si occupa di hacking), il direttore dell’agenzia stampa Agentura.ru Andrei Soldatov e Stefania Maurizi, giornalista di Repubblica che si è occupata di tutti i documenti segreti pubblicati da WikiLeaks.


Strane figure – A rivendicare l’attacco è stato un certo Guccifer 2.0 che, contattato da Franceschi-Bicchierai pochi giorni dopo il fatto, ha affermato di essere un hacker romeno anti Putin e di non essere interessato all’esito delle elezioni americane in programma nel novembre 2016. “Gli ho scritto in romeno – racconta il giornalista di Motherboard – e lui mi ha risposto. Ma ho fatto leggere quello che mi aveva scritto a dei colleghi madrelingua e loro mi hanno assicurato che non poteva trattarsi di una persona di lingua romena”.
L’ombra russa – Su questo non possono esserci dubbi: non si possono fare operazioni del genere senza l’approvazione delle più alte sfere governative. Dunque la Russia è direttamente coinvolta? Prove certe non ce ne sono. Come ricorda Soldatov, per questo genere di attacchi “il Cremlino non usa hacker del governo, ma persone esterne che vengono messe sotto contratto. Meno spese e rischi di collegamento ridotti”. La società CrowdStrike, ingaggiata dal comitato democratico per indagare, ha indicato in Fancy Bear e Cozy Bear i responsabili di questo e molti altri hackeraggi avvenuti negli ultimi anni: organizzazioni non immediatamente riconducibili a Mosca, ma comunque collegate al Cremlino.
WikiLeaks e il giornalismo – Ma non tutti sono concordi: per Stefania Maurizi “non abbiamo prove sufficienti. L’FBI non ha avuto accesso ai server del DNC e ha svolto le indagini in base alle informazioni passategli da CrowdStrike”. E WikiLeaks? “Pubblica tutte le segnalazioni, spesso anonime, ma prima ne valuta l’attendibilità”. La grande questione, però, rimane aperta: perché il sito di Assange ha pubblicato le email di Podesta, Clinton e company, ma niente su Trump o su altri candidati alle primarie? Il dibattito rimane aperto e il giornalismo deve interrogarsi sul suo ruolo nella vicenda: se è sbagliato prendere per oro colato le dichiarazioni dei servizi di intelligence, bisogna anche porsi in modo critico nei confronti di chi ha avuto un ruolo di “disturbo” nel corso di un processo democratico quale è quello delle elezioni.

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