Trump e la stampa Usa: al lavoro e non in guerra

di Andrea Caruso

“We are not at war with Trump administration, we are at work”. Cameron Barr cita il collega Marty Baron, executive editor del Washington Post, per sintetizzare quanto l’elezione di Donald Trump sia stata una vera e propria manna dal cielo per il giornalismo.
Un evento “positivo, almeno per i giornali” – dice il managing editor del Washington Post, ospite al Festival del Giornalismo 2017 – a giudicare dall’aumento di lettori e sottoscrizioni degli abbonamenti che i grandi gruppi editoriali americani hanno vissuto all’indomani dell’elezione del tycoon alla Casa Bianca.
Per Barr, al WP dal 2004, la campagna elettorale per le ultime presidenziali statunitensi ha fatto emergere da parte dei lettori una domanda di giornalismo investigativo e d’inchiesta di qualità, con notizie verificabili e verificate, basate su fonti autorevoli. Un settore, quello dell’inchiesta, che dopo anni di sofferenza e tagli al budget, vive una seconda giovinezza, nella testata che fece esplodere lo scandalo Watergate: “Abbiamo chiuso in attivo lo scorso anno e faremo utili anche nel 2017 – spiega Barr a margine dell’incontro moderato da Lucia Annunziata – abbiamo raddoppiato la cifra investita nel giornalismo investigativo, e aggiungeremo altri otto giornalisti”.
“Un pubblico che mostra interesse ed è disposto a pagare per il buon giornalismo è una garanzia per la democrazia”, afferma nel corso del suo intervento nella Sala dei Notari. Se i giornalisti svolgono correttamente il proprio ruolo di “cani da guardia”, svelando una verità che trova riscontri in più fonti affidabili, neanche istituzioni potenti come la Casa Bianca possono far finta di niente. Cita orgogliosamente lo scandalo che ha costretto Michael Flynn a dimettersi dall’incarico di Consigliere per la Sicurezza Nazionale, dopo che il Washington Post aveva rivelato di un colloquio tra l’ex membro dell’amministrazione statunitense e l’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite, avvenuto però prima dell’insediamento di Trump.
Pur enfatizzando il fatto che il Washington Post abbia preso fin da subito molto sul serio la candidatura del magnate newyorchese, Barr fa quasi ammenda per un’intera categoria. Riconosce che negli ultimi non ci si è occupati a sufficienza della classe operaia, vittima della globalizzazione e motore di un sentimento di frustrazione che si è rivelato determinante per la vittoria di Trump. Un presidente che per i giornali è una straordinaria fonte di notizie, vista la sua imprevedibilità.

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