Corruzione, l’Italia è il paese che ne parla di più: oltre 40.000 articoli in 9 anni

di Elena Testi

Oltre quarantamila articoli dal 2004 al 2013 dedicati a casi di corruzione. Una cifra esorbitante e che non ha eguali nel resto d’Europa. Ci sono volti mesi prima di terminare questa sconfinata ricerca universitaria che porta la firma dei professori dell’Università degli Studi di Perugia Paolo Mancini e Marco Mazzoni. Sono stati proprio loro a presentare il lungo lavoro davanti a una folta platea, giovedì 6 aprile 2017, al Festival Internazionale del Giornalismo.

Seduti al tavolo dei relatori anche Sandro Petrone (inviato speciale Rai); Fabio Tonacci (la Repubblica); Antonio Nizzoli (Osservatorio di Pavia); Donatella Stasio (Sole24Ore); Luca Fazzo (Il Giornale).“La maggior parte degli articoli – ha spiegato Mazzoni – ha interessato un politico italiano”. Tra i nomi più ricorrenti troviamo Silvio Berlusconi, Umberto Bossi e Bettino Craxi. Non solo però, perché dall’analisi risulta che la maggior parte degli articoli nasce a seguito della cronaca giudiziaria e non dal lavoro autonomo dei giornalisti. “Questo – afferma sempre Mazzoni – testimonia il fatto che in Italia si fa sempre meno inchiesta, dando spazio al lavoro dei giudici”.

Critico il commento, invece, del giornalista de La Repubblica Fabio Tonacci che ha esordito con un “sappiamo che l’Italia è un paese corrotto e non capisco quindi il senso di questa ricerca. “È chiaro – ha proseguito che noi abbiamo un problema, con i casi di corruzione facciamo politica”. Durissimo l’intervento del giornalista Luca Fazzo: “E’ vero noi facciamo politica con i casi di corruzione, gli atti giudiziari e le intercettazioni sono notizie succulenti per noi”.

“Inutile dire che conta solo la fase preliminare e che dell’assoluzione, qualora vi sia, non ne parliamo mai”. Della stessa opinione Donatella Stasio pur nella convinzione che “il giornalista è un interprete. Al giornalista si chiede però di non prendere posizione e di non essere di parte. La pretesa di neutralità può essere un alibi se non un’ipocrisia per sottrarci alle nostre responsabilità”.

Non ha usato mezze misure Sandro Petrone da anni inviato del Tg2 e conduttore della testata: “Noi ci dobbiamo guardare in faccia e chiederci che giornalisti vogliamo essere?”. “La Rai ha sempre avuto un sistema di assunzioni guidato dalla mano invisibile della politica. Ancora oggi esistono giornalisti che hanno all’interno dell’azienda pubblica i loro punti di riferimento. Come cambiare questo sistema? Al momento non c’è una ricetta vincente, ma certo è che dare la Rai in mano al Governo non una soluzione”.

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