Il reportage fotografico come missione

di Cristiana Mastronicola

“Ho sentito il desiderio di raccontare il disagio umano”. Così Maurizio Faraboni, fotografo, apre la porta della sua vita e invita la Sala del Dottorato affollata a vedere dentro e dietro alle sue foto. “Io racconto storie, un po’ come De André nelle sue canzoni”, confessa al suo interlocutore, il giornalista Alessio Jacona. Raccontare con le immagini non è cosa semplice, eppure Maurizio lo fa restando fedele alla realtà, convinto che alla base di questo mestiere ci sia la verità, “è quella che dobbiamo mostrare, restando onesti con noi stessi e con gli altri”. è per questo che Faraboni preme click e lascia la foto così com’è: niente post produzione.

“Il reportage fotografico come missione sociale” non è solo il nome del panel di cui Maurizio è speaker. Faraboni ha calcato le zone di guerra e raccontato la morte, prima di decidere di fare dell’immagine il mezzo con cui cambiare le cose. Sensibilizzare e mostrare al mondo un mondo diverso, fatto di storie dimenticate, di storie nascoste che vanno raccontate perché terribili e inaccettabili. Scorrono le foto, scorrono le vite. Un bambino, costretto a vivere in strada, è ritratto mentre abbraccia il suo cane, sporchi e soli. La foto di Maurizio fa quello che il buon giornalismo dovrebbe fare, smuovere le coscienze e così quel bambino viene adottato e oggi vive insieme alla sua nuova famiglia a Varese. Maurizio fotografa e racconta, fotografa e infastidisce. Sbatte davanti agli occhi gli orrori dell’umanità e costringe a pensare anche i più indifferenti. Come quando racconta in un reportage lungo dieci anni la solitudine dei malati di lebbra in Africa o il riscatto delle donne sfregiate di Agra, in India. Negli ultimi tempi, l’occhio di Faraboni si è posato su una Romania che arranca: “Sono in europa e vivono nelle fogne e io non posso accettare una cosa così nel 2017”.

A Bucarest Maurizio conosce tanti ragazzi costretti a vivere nella miseria e fotografa un ragazzo con entrambe le gambe amputate. Dietro quello scatto, una storia agghiacciante fatta di miseria e disperazione: i genitori del ragazzo, da piccolo, lo hanno gettato sotto un treno, solo così sarebbe stata una risorsa per la famiglia, costretto in strada a chiedere l’elemosina. Tra gli ultimi incredibili progetti, quello sui migranti. Un racconto diverso da quello degli altri giornalisti. “Volevamo vivere con loro questa esperienza terribile per capire tante cose”.15 giorni e tanti chilometri a piedi, tra foreste e montagne scoscese, tra la Turchia e l’Austria. 400 foto per raccontare un cammino di sofferenza e speranza per raggiungere la terra promessa. Così un padre che trasporta per chilometri, tra muri e filo spinato, il figlio sulle spalle, in una foto in bianco e nero, in silenzio grida la disperazione dell’ennesimo viaggio e diventa l’emblema di una resistenza muta.

Il progetto più recente di Faraboni è quello sul ghetto dei migranti di Rignano Garganico, il limbo in cui migliaia di persone vivono prigioniere dell’attesa. “Questo mestiere è fatto di tanti sacrifici, ma è una missione”, dice Maurizio, che non smette di fotografare, perché quelle storie vanno raccontate, soprattutto se nascoste sotto al tappeto.

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