Gli ultimi di Aleppo

di Pietro Adami

Ad Aleppo non è rimasto quasi più nessuno. La città siriana, un tempo centro culturale meta di molti turisti, dopo anni di assedio è stata ridotta in cumuli di macerie. Chi può ha abbandonato il Paese, cercando fortuna dai vicini Libano e Giordania, o tentando la via del mare, direzione Europa. 

Alcuni, però, hanno deciso di restare, con un unico obiettivo in testa: salvare il maggior numero possibile di vite umane. Si chiamano caschi bianchi, “White helmets”, e sono balzati agli onori delle cronache internazionali grazie ai video che testimoniano le loro azioni di coraggio. Sono loro i protagonisti di “Last men in Aleppo”, il film del regista Firas Fayyaz, protagonista dell’incontro omonimo organizzato in Sala dei Notari. Rispondendo alle domande di Maria Gianniti, inviata del Giornale Radio Rai, Firas ha raccontato come è nato il progetto e le fatiche che ne sono seguite.

Regia da regime – La vita di Firas, come quella di molti siriani, è stata segnata dalla repressione e dalla violenza del regime di Assad. Nel 2011, mentre stava girando un film sulla libertà di espressione nel Paese, è stato arrestato due volte. In carcere, ha subito ogni genere di tortura. Caparbio, non si è fermato. Con la sua ultima opera ha deciso di raccontare i volontari che hanno deciso di restare.

Come pesci rossi – Rimanere o andarsene? Firas ha raccontato che è una domanda che si sono posti tutti, in città. In una clip che ha mostrato durante l’incontro, si vede Khaleed, uno dei caschi bianchi protagonisti del film, che decide di uscire di casa e andare a comprare dei pesci rossi in un negozio ancora aperto. Ad Aleppo, si tenta di tornare alla normalità. Anche, banalmente, comprando dei pesci rossi.

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